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Scritto da Fabrizio Parisi
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Martedì 13 Luglio 2010 - 17:58 |
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Gela -Sono mafiosi, ma non capi. A questa conclusione è giunta il Giudice per le udienze preliminari Francesco Lauricella nel processo contro Maurizio Saverio La Rosa e Maurizio Trubia, condannati a otto anni di carcere dopo meno di due ore di camera di consiglio. La sentenza è stata pronunciata nel pomeriggio di ieri, dopo oltre cinque ore di arringhe dei legali difensori, gli avvocati Dino Milazzo, Giacomo Ventura e Nicoletta Cauchi. L’accusa aveva chiesto 10 anni e mezzo per La Rosa e 11 anni e mezzo per Trubia, ritenendoli invece non solo affiliati a Cosa nostra, ma capaci di gestire un gruppo armato pronto a tutto, dagli omicidi alle estorsioni.
Un ruolo che però dal dibattimento e dalle arringhe dei legali non è emerso. Gli stessi collaboratori di giustizia, Crocifisso Smorta e Carmelo Barbieri, hanno confermato che La Rosa e Trubia erano dediti alle estorsioni. Secondo il sostituto procuratore Gabriele Paci La Rosa e Trubia possono pur essere considerati sprovveduti, ma si tratta pur sempre di capi. Sarebbero stati loro a reggere fino al momento dell’arresto Cosa nostra in città. Non solo di comportavano da capi, ma in effetti agivano in autonomia. Teoria ridimensionata dai difensori, ma anche dagli stessi pentiti, secondo cui La Rosa millantava credito e viene sfruttata dalla consorteria. “Non sono un mafioso, volevo solo recuperare soldi di un amico”, ha detto deponendo spontaneamente prima delle arringhe difensive La Rosa. “L’estorsione? Ero andato in Lombardia a chiudere una intermediazione immobiliare”.
Nel corso del dibattimento non si è nemmeno fatto cenno al presunto progetto di attentato nei confronti dell’allora sindaco Rosario Crocetta. I difensori di La Rosa e Trubia hanno sottolineato come ad oggi non sia giunta alcun avviso di indagine riguardo questo filone di inchiesta. Dal faldone invece risulta che i due imputati avrebbero chiesto il pizzo a un impresa di Gela che si stava occupando dei lavori di manutenzione dell'acquedotto di Milano. La vittima era stata avvicinata da Maurizio La Rosa, che si era presentata come referente di Cosa nostra di Gela. Successivamente anche Maurizio Trubia avrebbe poi contattato l'imprenditore. La condanna di ieri include sia il 416 bis che la detenzione delle armi.
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Ultimo aggiornamento: Martedì 13 Luglio 2010 - 18:03 |